Prodi si è dimesso - Sfiduciato sulla politica estera: sì al bis solo se ho carta bianca - La decisione dopo il voto al Senato sulla politica estera, seguito dal consiglio dei ministri.
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Prodi si è dimesso

Sfiduciato sulla politica estera: «Sì al bis solo se ho carta bianca»

La stretta di mano tra il presidente della Repubblica e il premier dimissionario

La decisione dopo il voto al Senato sulla politica estera, seguito dal consiglio dei ministri.

ROMA - Alla fine sono arrivate le dimissioni. Dopo tante minacce di crisi il governo Prodi va in testa coda e cade quando (forse) meno se lo aspettava, inciampando sulla politica estera: la mozione sul discorso di D'Alema non è passata al Senato per due voti. A stoppare la maggioranza è stata una inedita cinquina composta da tre senatori a vita e due «irriducibili» della sinistra radicale. Rossi e Turigliatto. Dopo la bocciatura, seguita da un vertice di maggioranza e da un consiglio dei ministri, Romano Prodi ha rimesso il mandato al Quirinale. Il presidente Napolitano, rientrato in tutta fretta a Roma interrompendo una visita ufficiale a Bologna, si è riservato di accettare dopo un colloquio di 25 minuti e ha indetto subito (cominceranno giovedì alle 10.30) le consultazioni per affidare l'incarico di formare il nuovo governo. Era stato proprio Napolitano a chiedere a Prodi di tornare al Senato dopo la sconfitta sulla base di Vicenza, proprio per provare il sostegno della maggioranza alla politica estera del governo. E D'Alema aveva detto chiaro, da Ibiza, che «senza la maggioranza, si va tutti a casa». In sostanza, il capo della Farnesina aveva chiesto una sorta di voto di fiducia, sfidando i rapporti di forza (che al Senato sono ormai paritari tra maggioranza e centrodestra) e le tante incognite di una votazione al cardiopalma.

PRECEDENTE - A nulla, dopo la bocciatura a Palazzo Madama, sono valse le pressioni della sinistra a tirare il freno, a non dimettersi e trovare una soluzione per andare avanti. In serata è uscita anche una nota ufficiale del Prc in cui si chiede a Prodi «di non interrompere la sua azione». Niente da fare. La disfatta della maggioranza va in scena ancora una volta a Palazzo Madama, che si conferma la bestia nera del governo Prodi. A distanza di una ventina di giorni, dopo lo scivolone sulla mozione della Cdl sulla base Usa di Vicenza, infatti, il governo viene battuto di nuovo sulla risoluzione che approva la relazione del ministro degli Esteri. E si apre la crisi.

«COLPA DI ANDREOTTI E PININFARINA» - «La colpa di tutto è di Pininfarina e Andreotti che si sono astenuti e di Rossi e Turigliatto che non hanno votato», hanno commentato i senatori dell'Unione all'uscita dell'Aula dove, dopo il risultato, è scoppiata la solita bagarre con il centrodestra in piedi che gridava «dimissioni, dimissioni». Mentre sui due dissidenti si abbatteva «il disprezzo totale» della capogruppo dei Verdi-Pdci Manuela Palermi, che aveva ottenuto la marcia indietro di Bulgarelli.

ULIVO PRONTO A PRODI-BIS - A sera, l'Unione si interroga sullo sviluppo della crisi. L'Ulivo (dopo un vertice con Rutelli, Fassino e D'Alema a Palazzo Chigi), si dice pronto a confermare la fiducia a un governo Prodi-bis. «Siamo consapevoli della difficoltà della situazione - afferma il capogruppo alla Camera Dario Franceschini- ma siamo pronti a riconfermare la piena fiducia al Governo Prodi. Ci auguriamo che le consultazioni servano a un chiarimento profondo per superare non solo un nuovo ed eventuale voto di fiducia ma perché il governo abbia una maggioranza che lo sostenga convintamente». Prc, Pdci e Verdi insistono perché la maggioranza vada avanti. E anche i Ds, dopo l'ufficio di presidenza, ripropongono il nome di Romano Prodi per la guida del Paese e lo invitano a chiedere di nuovo la fiducia in Parlamento. Anche se, afferma una nota della Quercia, è «necessario un chiarimento politico che ripristini la coesione della maggioranza di centrosinistra e consenta al governo di ottenere la fiducia e proseguire stabilmente la propria attività». Il segretario dei Ds, Piero Fassino, aggiunge poi: «Adesso tutta l'Unione sia leale con Prodi».

RUTELLI: DUE DOVERI - «La maggioranza ha due doveri: assicurare al paese una politica estera credibile, coerente, affidabile. Il secondo è servire il paese con la maggioranza ricevuta dagli elettori e scongiurare il ritorno della destra». Così il vicepresidente del consiglio, Francesco Rutelli sulle prospettive che si aprono per governo e maggioranza: «Senza una maggioranza in politica estera, non si governa il Paese e bene ha fatto, il premier Romano Prodi, a dirlo con grande nettezza, fino a rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Vedremo nei prossimi giorni - ha aggiunto il vicepremier - se le forze della sinistra radicale e quelle che hanno già perso dei rappresentanti sapranno riportare una affidabile disciplina nelle loro fila parlamentari e scongiurare nuovi episodi di infedeltà come quello registrato oggi al Senato».

BINDI: «MALEDETTA LEGGE ELETTORALE» - Tra i primi commenti a caldo dopo il voto quello di Rosy Bindi. «Maledetta legge elettorale... questo è il primo pensiero che mi viene in mente - ha detto il ministro per la Famiglia - Non c'erano i motivi e le condizioni per votare così - ha aggiunto la Bindi riferendosi ai senatori "dissidenti" della maggioranza - si sono presi una gravissima responsabilità nei confronti del Paese».

 

*Inedita cinquina

Accuse e parolacce per i «dissidenti» del centrosinistra

I voti che hanno affondato il governo

Andreotti, Cossiga e Pininfarina non votano la mozione dell'esecutivo. E contribuiscono alla sua sconfitta

ROMA - «Hai visto, str...!». Manuela Palermi ha urlato a voce alta, in aula, il suo epiteto contro il senatore Rossi che non ha partecipato alla votazione sulla politica estera del governo (e in Senato ogni astensione rappresenta un voto contrario). Ma la capogruppo dei senatori Verdi-Pdci non è stata l'unica. Qualcosa di irripetibile lo ha urlato anche Loredana De Petris, ma a quel punto non serviva a niente. Perché anche con il sì dei dissidenti Rossi (ex PdcI) e Turigliatto (Prc) il risultato non sarebbe cambiato perché il colpo a sorpresa della Cdl è riuscito in pieno, con un lavoro certosino cominciato già da qualche giorno.

ULTIME MANOVRE - Nella notte è stato spostato il voto del senatore De Gregorio che alla vigilia annunciava il suo sì e poi ha votato no. Si è spostato anche il voto del senatore a vita Andreotti che aveva assicurato il suo sì condizionato, però, alla relazione di D'Alema che evidentemente non gli è piaciuta. Ma il vero colpo di teatro è stato l'ingresso in aula di Sergio Pininfarina che mancava da mesi (dal giorno del sì al governo Prodi) in aula. Appena arrivato, pochi minuti prima del voto, si è seduto tra i banchi di Forza Italia. A nulla è valso il tentativo di persuasione di Valerio Zanone, liberale come lui e suo vecchio amico, oggi nelle fila dell'Ulivo. Al momento del voto, quando ha visto la luce bianca sul suo scranno, è stato proprio Zanone ad avvicinarsi a Pininfarina. «Ma cosa fai!», gli ha urlato, «Cambia voto», suscitando le ire dei forzisti che lo proteggevano con il proprio corpo. Sono volati fogli di carta e parole grosse. Zanone ha perso il proverbiale aplomb, ma Pininfarina ha resistito.

IL MINISTRO - Massimo D'Alema invece non si è mosso, è rimasto impassibile. Ha anche ascoltato i cori del centrodestra: «A casa, a casa», poi un più esplicito «dimissioni, dimissioni». A un certo punto è sembrato che lo sguardo di D'Alema fosse rivolto verso la forzista Laura Bianconi, che durante i cori, lassù, in ultima fila, accennava dei passi di danza. «Lo dico da tempo che non abbiamo più la maggioranza - ha dichiarato il presidente dei senatori dell'Ulivo Anna Finocchiaro - contavamo sul voto del presidente Andreotti e del senatore Pininfarina. Non è andata così» .

RIFONDAZIONE - Non mancano le diverse chiavi di lettura del voto. Se la segreteria di Rifondazione comunista ritiene il comportamento del senatore Franco Turigliatto «non solo sbagliato ma incompatibile con le scelte e la modalità di relazione dentro la comunità politica del partito», il deputato di Rifondazione Salvatore Cannavò, portavoce dell'associazione Sinistra Critica, si tratta di una «manovra neocentrista che ha visto tra i protagonisti niente meno che Andreotti e che si è incuneata nell’incapacità del governo di cogliere l’importanza del tema della guerra sia nel caso di Vicenza che nel caso dell’Afghanistan».

PDCI - Accuse anche a Fernando Rossi. Tantissime telefonate di protesta ed email contro di lui sono arrivate alla segreteria del Pdci. Ma Rossi non è più senatore del Pdci da sei mesi essendo passato alla lista dei consumatori, come comunica con una nota lo stesso partito dei comunisti italiani. Insieme ai tanti insulti per Rossi anche tanti inviti a Oliviero Diliberto e al Pdci a non far cadere il governo Prodi. Per il povero Bernardo, centralinista storico del partito una sola risposta per tutti, recitata, ormai stancamente, a mò di litania: «Rossi è stato cacciato dal partito più di sei mesi fa perchè sul decreto di rifinanziamento non aveva sostenuto le posizioni decise dal partito. E poi Rossi si è fatto un partito suo, le »Officine Comuniste«, cercatelo lì...».

21 febbraio 2007

Fonte articolo: Corriere della sera

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