Benedetto XVI è arrivato nei luoghi dello sterminio nazista
e ha percorso il viale principale camminando in preghiera
Il Pontefice ha scelto l'italiano per il discorso in cui ha ricordato
la Shoah

CRACOVIA - Ha oltrepassato a piedi il cancello con quella
scritta tragicamente celebre, Arbeit Macht Frei, e a piedi ha attraversato
il viale principale dell'ex campo di concentramento di Auschwitz, a poca
distanza di quello di Birkenau, dove si recherà più tardi. Papa Benedetto XVI è giunto nel
luogo dello sterminio e, qualche passo più avanti della delegazione che
lo accompagna, ha seguìto il percorso a mani giunte, in preghiera fin
dal primo istante del suo ingresso. Per l'ultima tappa della sua visita apostolica
in Polonia, il Pontefice ha scelto dunque di visitare il lager, il luogo di martirio
e di sterminio più conosciuto nella storia dell'umanità, simbolo
della Shoah, del genocidio, del terrore. E nel suo discorso ha detto: "Sono oggi
qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire, come
fece Giovanni Paolo II: "non potevo non venire qui".
Per il suo discorso Benedetto XVI sceglie l'italiano, non il tedesco, la
sua lingua, né il polacco, quella del paese che lo ospita. In italiano il
Papa chiede "perdono e riconciliazione" e implora Dio "di non permettere più una
simile cosa". "Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto
tollerare tutto questo? E' in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo
profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che
qui hanno sofferto e sono stati messi a morte" dice Benedetto XVI nel discorso
che pronuncia in italiano al termine del canto di lutto del Kaddish e l'accensione
di un cero.
Distruggendo il popolo degli ebrei, mandandoli a morte "come pecore da macello" ed
eliminandoli "dall'elenco dei popoli della terra", i nazisti volevano "uccidere
Dio", ha detto papa Benedetto XVI nel suo discorso. "Quei criminali violenti
- ha affermato -, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere
quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri
orientativi dell'umanità che restano validi in eterno". "Se questo popolo,
semplicemente con la sua esistenza - ha aggiunto -, costituisce una testimonianza
di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva
finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all'uomo - a loro stessi
che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo".
Il Papa parla delle lapidi che ha visto, dei sentimenti e le riflessioni
che gli hanno suscitato. Esse, per il Pontefice, celano "il destino di innumerevoli
esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non
vogliono provocare in noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera
dell'odio". Il ricordo delle vittime, ha continuato, vuole "portare la ragione
a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; suscitare in noi il coraggio
del bene, della resistenza contro il male", portare ai sentimenti che Sofocle "mette
sulle labbra di Antigone di fronte all'orrore che la circonda: 'Sono qui non
per odiare insieme ma per insieme amare'".
Le reazioni al discorso del Papa sono state positive, con qualche appunto.
La comunità ebraica in Polonia ha apprezzato la forza e la profondità delle
parole del Pontefice, con il solo rilievo che esse non contengono nessuna
condanna dell'antisemitismo attuale e passato.
Il presidente della comunità ebraica di Varsavia, la più grande
della Polonia con appena 500 membri, Piotr Kadlcik, ha detto che è mancato
un riferimento a tutte le altre sofferenze patite prima e dopo dell'Olocausto
dagli ebrei. Giovanni Paolo II, ha rilevato, in circostanze analoghe aveva sempre
sottolineato che "le sofferenze per gli ebrei non sono cominciate nel '41 e non
sono finite nel '45".
La prima tappa ad Auschwitz è stata nel cortile del Muro della Morte,
dove si trovavano ad attenderlo alcuni ex prigionieri. Poi Benedetto XVI si è poi
si recato in visita nella cella di Massimiliano Kolbe, nel Blocco numero
11. Ricevuto dal direttore del Museo di Auschwitz, dal presidente del Comitato
per il Dialogo interreligioso della Conferenza episcopale polacca, dal responsabile
ebraico del Comitato, dal Vescovo della diocesi di Bielsko-Bia e dal ministro
della Cultura, tra i primi gesti Papa Ratzinger ha apposto la propria firma
sul libro d'oro del Museo.
Josef Ratzinger era stato già due volte ad Auschwitz, da cardinale:
il 7 giugno del 1979 come arcivescovo di Monaco-Frisinga, tra i vescovi che
accompagnavano Giovanni Paolo II e l'anno successivo, con una delegazione
dell'Episcopato tedesco in visita in Polonia.
La giornata di oggi è stata anche quella del bagno di folla a Cracovia, "la
città di Karol Wojtyla e anche la mia", ha detto il Pontefice salutando
i due milioni di fedeli radunati nel parco di Blonie. Ha spiegato di essere venuto
in Polonia "per un bisogno del cuore" e ha confessato "profonda commozione" nel
celebrare laddove il predecessore ha officiato tutte le volte che è tornato
a Cracovia da Papa. E ha sottolineato come, proprio grazie a Wojtyla, la città sia
ora "cara al cuore di innumerevoli moltitudini di cristiani in tutto il mondo".
Altrettanto commosso il saluto del cardinale Stanislao Dziwisz, a nome di
tutta la Chiesa polacca: "La nostra casa è anche la tua casa, la nostra Chiesa è anche
la tua Chiesa". Giovanni Paolo II, ha aggiunto Dziwisz, "è molto contento
e gioisce perché ti vede camminare in questa terra. Ti ha invitato a Roma
per essere suo collaboratore e ora, dopo aver accettato la missione, sostituisci
Gesù Cristo sulla terra".
Ai polacchi papa Ratzinger ha chiesto di restare saldi nella fede, "forti nella
forza della speranza, che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di
rattristare lo Spirito Santo". "Anch'io - ha detto con parole del predecessore
- vi prego di guardare dalla terra il cielo, di testimoniare con coraggio il
Vangelo nel mondo di oggi, portando la speranza ai poveri, ai sofferenti, agli
abbandonati, ai disperati, a coloro che hanno sete di libertà, di verità e
di pace. Facendo del bene al prossimo e mostrandovi solleciti per il bene comune,
testimoniate che Dio è amore".
Poi, un appello ai giovani: "Ieri mi avete portato come dono il libro delle dichiarazioni
'Non la prendo, sono libero dalla droga'. Vi chiedo come padre: siate fedeli
a questa parola. Qui si tratta della vostra vita e della vostra libertà.
Non lasciatevi soggiogare dalle illusioni di questo mondo".
( 28 maggio 2006 )
Fonte articolo: repubblica
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